fuck the crowd


Identità Fittizie Nella Dance Elettronica – Subculture
settembre 10, 2012, 7:45 am
Filed under: hype | Tag:

Tutto incomincia con il glam – Bowie, i Kiss, Marc Bolan – quando grazie a costumi stravaganti, trucchi, ambientazioni e macchinerie sceniche, s’inizia a “concettualizzare” sull’elaborazione di possibili identità fittizie. In quella tendenza l’utilizzo di riferimenti precisi alla fantascienza è già esplicito: si crea così ad arte un’aura d’ambiguità e mistero mentre allo stesso tempo sono messe in campo per la prima volta altre molteplici suggestioni e modelli di “personalità”, mescolando ad esempio in alcuni casi le tematiche dell’ambiguità sessuale con la psichedelia ed il fantasy.

Un recupero in funzione “mercantile” degli stili, delle sembianze, degli immaginari e dei valori delle subculture underground è già in essere nei primi anni novanta e trova con i Gorillaz la sua consacrazione più forte alla fine del decennio, grazie ai personaggi inventati da Jamie Hewlett, operazione che ritorna oggi con Major Lazer, alter ego a fumetti dei produttori elettronici Diplo e Switch. Anche qui il tormentone visivo-narrativo è condotto allo scopo di veicolare e promuovere efficacemente sonorità molto meticce, avvalendosi nello specifico di nuovi mezzi e più forme di comunicazione – oltre alla tradizionale grafica e video adesso sono in gioco anche i siti web e i social network – intrecci mediatici coordinati in maniera molto ecletttica dal designer e videomaker indonesiano Ferry Gouw.

Nelle neo-tribù musicali odierne grazie ad un continuo processo di contaminazione si è arrivati infine ad una vera e propria “brandizzazione delle performance”, fenomeno inaugurato dai Daft Punk, in guisa cyber-futuribile, reinterpretando le stesse fantasie robotiche che nei due decenni precedenti avevano sancito il successo planetario dei Kraftwerk. Oggi, con le maschere da “luchadores” esibite nei dj-set in stile fidget, nel caso di Pelussje, Pro7 e The Bloody Beetroots, si sottolinea invece una precisa connotazione estrema e “massimalista”, forgiata nella finzione ultima che è propria del riferimento a una delle pratiche di maggior simulazione e spettacolo: il wrestling. Maschere metallizzate ed inespressive – invece – sono esibite in maniera analoga dai Bass Star Dos, duo electro-breaks altrettanto tendenzioso e digitale, mentre per i Wobble Lovers, i copricapi sono quelli – egualmente posticci – che li trasformano da semplici dj in personaggi antropomorfi e rituali.

Se i Cyberpunkers aggiornano alla nuova era gli immaginari sadomaso e “black leather” che fecero la fortuna fra gli anni cinquanta e sessanta di un magazine come Atomage, anche i Karasho, utilizzano per le loro uscite un’opportuna grafica “malsana” – quella del vecchio Kriminal di Max Bunker – abbigliandosi poi in consolle con maschere gommate. DeadMouse5 cannibalizza Disney mentre il duo svedese dei F.O.O.L adotta mascheramenti clowneschi, riproponendo fascinazioni seventy di marca kubrikiana. Con Wasa3i poi, si da vita in scena ad un vero e proprio “supereroe”, sempre mascherato ed inquietante, riutilizzando la similare pratica d’occultamento identitario messa in atto negli anni ottanta dai Residents.

“L’informatizzazione della società provoca effetti mimetico-vertiginosi non per la velocità dei suoi processi, ma perché instaura una compresenza planetaria dei fenomeni che sono legati fra loro da un rapporto d’imitazione e che ciononostante presentano in ogni luogo una loro sovrana autonomia” dice Mario Perniola in “Transiti: Filosofia e Perversione”, del resto è sempre più difficile risalire all’origine dei fenomeni, “le copie si emancipano rispetto agli originali e chiedono che venga riconosciuta la loro autonomia e dignità in quanto copie”. Nell’elaborazione di contenuti sonori, nella loro aggregazione in flussi e nella conseguente messa in opera di queste ultimissime produzioni dance elettroniche, all’autore tradizionale si sostituisce un personaggio “neutro” e allo stesso tempo molto “caratterizzato”, pulsante d’una strana forma di volontà mimetica.

La definizione dell’identità è allora un “falso movimento”, una scelta che in partenza sa di essere illusoria. Marcare oggi le “scene” non implica quindi eccessive strutturazioni e rigidità: tutto è sempre in gioco grazie ai nostri alter ego. Al tempo stesso in qualche modo l’artista elettronico è immunizzato dal possibile fallimento della sua aura autoriale, partecipe d’un general intellect generazionale e sonico che già presuppone il passaggio ad un “next level” del “quadro di riferimento”, fra repentini cambi d’ambientazione e metamorfici nuovi passaggi.

Cyberpunkers opening @Cocoricò Riccione


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