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The Devilish Side Project – House Music
maggio 18, 2013, 11:39 am
Filed under: hype | Tag:

The-Devilish-Side-Project---House-Music_FTC

“In ambito musicale” dice Wikipedia “un side-project è un progetto al quale partecipano, in maniera più o meno stabile, artisti già noti e spesso famosi, ma provenienti da band differenti”. Aggiungiamo noi che tale pratica adesso è piuttosto diffusa anche nelle conventicole dance-elettroniche. Come funziona la cosa? Cerchiamo di capire la sua logica. Nel migliore dei casi dietro la voglia di dar vita ad un side-project ci dovrebbe essere l’intenzione di sperimentare un “inghippo” che è totalmente lontano dal genere che si è sempre fatto, qualcosa insomma di più sperimentale ed innovativo. Secondo questa interpretazione dovrebbero essere quindi artisti già famosi che sperimentano qualcosa di “meno digeribile”. Si dovrebbe andare allora nella direzione che dal “più facile” arriva al “più difficile”. Quasi sempre nelle scene delle quali ci occupiamo è il contrario che accade – invece – e cercherò di spiegarlo senza fare nomi, per cercare di non dare adito ad ulteriori inutili battibecchi internettiani. Per come la vedo io, il procedimento solito è un altro. Constatato che è parecchio difficile diventare di botto un nome nell’area più “mainstream” – quella dove girano i soldi, quella che comprende in primis l’house tradizionale, quella delle etichette dei big, delle company storiche o legate ad un certo star system – risulta molto meno difficoltoso allora partire dai sottogeneri, quelli non tanto “affollati” ma ricchi d’una forte energia. S’esordisce insomma nelle scene dove l’identità è più spinta e la visibilità non necessita di troppi investimenti, salvo poi tentare il lancio ad “alti livelli”. Non sempre queste operazioni riescono, bisogna riconoscerlo, anche se noi italiani – in particolare – siamo piuttosto abili e avvezzi nel giochino del saltafosso, passando da uno stile all’altro con molta nonchalance. È accaduto con il breakbeat, con la nu rave, con l’hard electro e con le prime sperimentazioni bass-tropicaliste. Da questi generi poi si passa sempre all’house o ancora peggio alle collaborazioni italiote con qualche rapper o pop group della decade che fu. In alcuni casi i passaggi si possono giustificare – per non eccessiva difformità delle evoluzioni – altre volte decisamente no. Spesso non ci si accontenta d’una piccola ma sicura rendita e si finisce per perdere anche quella, senza guadagnare null’altro in cambio. In altre condizioni invece e con altri protagonisti l’operazione riesce e pian piano il nuovo “moniker aggiunto” (o in altre forme, il riciclo di quello precedente) diventa più importante del seminale “marchio di fabbrica” che – senza troppi clamori – infine s’abbandona. Nessuno vuol fare “la polizia dello stile” ma un po’ di coerenza in questo caso non guasterebbe. Post Scriptum: quando nel passato certi artisti – ad esempio pittori – avevano voglia di sperimentare cose nuove, entravano in quello che si diceva essere un nuovo “periodo”, una sorta di ultimissima mega-mestruazione creativa. Passavano dal periodo blu al periodo rosa ma se erano astrattisti non tornavano a dipingere fiorellini. Ve l’immaginate Picasso che ad un certo punto riprendeva a disegnare come un impressionista (con il cubismo non si paga lo spacciatore)? Che poteva forse dire: “è il mio nuovo side-project”?.


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